GLI ASPETTI GIURIDICO\POLITICI DELLA LIBERALIZZAZIONE DELLA TELEVISIONE VIA CAVO

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Quando la televisione iniziò a diffondersi in Italia, nel 1954, vigeva il monopolio radiotelevisivo della RAI e la normativa di riferimento era ancora la disciplina della polizia postale redatta essenzialmente nel 1936, il cosiddetto Codice Postale. Questa sottoponeva a preventiva autorizzazione i mezzi di comunicazione a distanza specificatamente elencati, e tra questi non era menzionata la televisione via cavo perché si trattava di un'evoluzione tecnologica non prevista all'epoca.

Approfittando di questo vuoto legislativo ci furono diversi tentativi di interconnettere uno studio televisivo con gli utenti tramite cavo coassiale, in particolare a Torino e a Napoli, ma la lotta contro il monopolio televisivo fu condotta da Giuseppe Sacchi a Biella dove aveva fondato Telebiella ed ebbe l'entusiastico appoggio di un personaggio popolarissimo come Enzo Tortora.

Sacchi dopo una denuncia per violazione del Codice Postale ne aveva ottenuto il 24 gennaio 1973 l'archiviazione in quanto, come detto, la televisione via cavo non rientrava tra le attività per le quali il Codice Postale richiedeva autorizzazioni. La reazione della RAI e dei fautori del monopolio televisivo fu però immediata. Con Legge 28/10/1970 n. 775 il Parlamento aveva delegato al Governo la potestà di raccogliere in testi unici le disposizioni vigenti concernenti le singole materie apportando alle stesse, ove d'uopo, le modificazioni e integrazioni necessarie per il loro coordinamento e ammodernamento. In forza di tale delega il Governo emanò il D.P.R. n. 156 del 29/3/1973, Testo Unico in materia di comunicazioni che unificava nella voce telecomunicazioni tutti i mezzi di comunicazione a distanza. Con Decreto 9/5/73 il Ministro delle Poste Giovanni Gioia disponeva quindi la disattivazione dell'impianto realizzato da Sacchi non essendo stata rilasciata la concessione e lo diffidava a procedere entro dieci giorni decorsi i quali, in difetto, si sarebbe proceduto alla disattivazione d'ufficio.

L'iniziativa del Ministro provocò una violenta reazione dei Repubblicani che, pur partecipando alla coalizione del Governo presieduto da Andreotti, non erano stati informati dell'introduzione nel nuovo Testo Unico e delle modifiche in materia di telecomunicazioni: l'onorevole La Malfa chiese le dimissioni del Ministro Gioia e non avendole ottenute uscì dal Governo che fu così costretto a dimettersi nel successivo mese di giugno.

Sacchi omise di ottemperare all'ordine di smantellamento che fu eseguito coattivamente dai funzionari dell' escopost il 1 giugno 1973 tagliando il cavo che collegava l'emittente televisiva alla rete cittadina, e nei suoi confronti fu presentata una nuova denuncia. Era ciò che si attendeva Peppo Sacchi che ebbe così legittimazione per sollevare il problema della costituzionalità della normativa, in particolare la violazione dell'articolo 21 della Costituzione in quanto il monopolio televisivo riservato allo stato limitava la libera espressione di pensiero attraverso il mezzo televisivo.

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«Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.»
( Art 21 Costituzione)

Con Sentenza n. 225 del 1974 la Corte Costituzionale, accogliendo in gran parte le motivazioni di Sacchi, dichiarava in riferimento alla televisione via cavo l'illegittimità costituzionale degli articoli 1, 183 e 195 del Testo Unico approvato con il D.P.R. n. 156 del 29/3/1973, che riservavano allo stato il monopolio radiotelevisivo. La bravura dei legali di Telebiella fu proprio quella di spostare il tema dello scontro sulla televisione via cavo, a quel tempo esclusivamente a diffusione geografica locale, che spazzava via tutte le motivazioni a favore del monopolio espresse nei precedenti pronunciamenti della Corte Costituzionale.

L'anno successivo una nuova legge, la legge 103/75 (c.d. "Legge di riforma"), regolamentava la televisione via cavo concedendo anche all'iniziativa privata la realizzazione della televisione via cavo, anche se con molti limiti. In parlamento infatti le forze che difendevano il monopolio televisivo della RAI erano ancora preponderanti e, non potendo mantenere il monopolio radiotelevisivo riservato alla stato dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale a sfavore di tale monopolio inerente la televisione via cavo, fissarono comunque forti limitazioni: ogni televisione via cavo poteva essere diffusa ad un solo comune o a più comuni contigui se questi non avevano una popolazione complessiva superiore a 150.000 abitanti; ogni rete per telecomunicazioni (necessaria per la diffusione del segnale televisivo agli utenti) realizzata poteva diffondere solo una singola televisione.

Nonostante la liberalizzazione parziale non fu però l'inizio di un fiorire della televisione via cavo in quanto, a seguito di altre denunce per assenza di concessione del Ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni riguardanti televisioni via etere, una nuova sentenza della Corte Costituzionale, la Sentenza n. 202 del 15 luglio 1976, dichiarava l'illegittimità del monopolio radiotelevisivo anche relativamente alla televisione via etere in ambito locale.

In seguito a questa nuova evoluzione in campo legislativo la televisione via etere diventò la soluzione preferita dall'iniziativa privata. La stessa Telebiella in seguito passò alla trasmisssione via etere. A sfavore della televisione via cavo, rispetto a quella via etere, c'era il maggior costo della rete per telecomunicazioni necessaria, ma anche limiti tecnologici dell'epoca che non permettevano di ovviare alla degradazione del segnale televisivo nelle lunghe distanze se non a costi insostenibili per le realtà imprenditoriali interessate dell'epoca.

A cavallo di quegli anni ci fu un ampio proliferare di televisioni via cavo, realtà più amatoriali che industriali, semi però, in alcuni casi, delle realtà industriali di oggi. Milano 2, il quartiere satellite ideato da Silvio Berlusconi, ad esempio, per scelta urbanistica degli architetti progettisti, aveva adottato una rete per telecomunicazioni in cavo coassiale per la diffusione delle televisioni via etere all'interno del quartiere in modo da evitare l'antiestetico proliferare di antenne. Il cavo coassiale permetteva la diffusione di un'ulteriore televisione oltre a quelle già diffuse, nacque così, per iniziativa di Giacomo Properzj, l'idea di realizzare una televisione via cavo di quartiere diffusa attraverso la rete già esistente, Telemilanocavo da cui nascerà in seguito Canale 5, una delle televisioni nazionali più seguite di oggi.

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