Pier
Paolo Pasolini,anticipando di 20 anni, quelle che poi saranno alcune delle
problematiche poste da un (allora) nascente movimento autonomista del nord
italia, dà voce in un “lamento retorico” a “Molti” che “lamentano (in questo frangente
dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale
organizzata fuori dal Centro "cattivo" nelle periferie
"buone" (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza
autonomia, senza più reali rapporti umani). ma pasolini, pur non dando tout-court la colpa di questo ad un
unico soggetto lascia intendere come parte della responsabilità potrebbe essere
attribuita al Centro: Centro che, in
pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto,
fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera,
anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.”E per centro non si intende il centro nella sua accezione
politica, visto come una non meglio definita posizione mediana tra una destra e
una sinistra,bensì lo stesso centro che sarà additato come responsabile da chi
anni dopo griderà Via da Roma,tappezzando i muri delle cittadine lombarde di
manifesti con scritto sopra Via da Roma, o Lumbard Tas!
L’unità d’italia, non l ha fatta Garibaldi ma l’ha fatta Mike
Bongiorno,ripetono trionfalisticamente molti dirigenti Rai,vantandosi del fatto
di aver contribuito a creare una lingua nazionale, anche se non si sono mai
chiesti quale sia stato il prezzo di questa omologazione culturale e
linguistica.
“E tutti si scandalizzano
quando sentono dire: quel tale tipo di mammifero o di uccello ormai è sparito
dalla faccia della terra, non lo vedremo più; è una grave perdita. Certo, si
tratta di gravissime perdite.
Ma non sarebbe forse più grave se sparisse una comunità umana?”
Si chiede anni dopo Bruno Salvadori, fondatore di molti movimenti autonomisti
italiani, ispiratore e cofondatore della Lega Nord, ma a essere stati distrutte
non sono solo le tradizioni del nord italia, ma anche alla Rai, molto attenta
alla cultura e alla canzone napoletana, ha pagato pegno pure il meridione.
Ma ecco che Pasolini, senza perdersi in localismi politici di stampo
campanilistico, trova in anni post boom in cui il consumo dei beni è visto
religiosamente,ed è considerato il motore del progresso, il vero
responsabile:LA SOCIETA’ DEI CONSUMI.
La lettera sembra scritta oggi, in cui nelle case di Hannover o di Milazzo
troviamo lo stesso venttotto pollici, le stesse cretinate alla tv (grazie a
certi format olandesi che hanno fatto il giro del mondo), le persone, che gli
esperti di marketing vorrebbero tutti come la famiglia del MulinoBianco,sempre
sorridenti e felici e soprattutto sempre consumanti beni e servizi aprono lo
stesso frigorifero con gli stessi identici prodotti.
La globalizzazione,quel fenomeno che ci ha riempito lo stomaco del solito
hamburger del solito fast food e della solita bibita americana non è ancora arrivato con la sua forza
omologatrice,ma già Pisolini, intravede e capisce con una lungimiranza che oggi
mette i brividi quello che poi è,nel bene e nel male,accaduto.
La forza distruttrice di
questo fenomeno di omologazione, che il poeta attribuisce alla civiltà dei
consumi è considerato,da Pasolini, membro attivo della resistenza, per la quale
il fratello ha lasciato la vita peggio del fascismo:” Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il
centralismo della civiltà dei consumi.”
Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è
totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è
compiuta Come si può dar torto a Pasolini considerando che in effetti
mai nella storia dell’uomo si ha mai avuto davvero un’adesione incondizionata a
modelli consumistici? Possiamo chiamarli Yuppismo,possiamo chiamarli Mode o
subculture, ma tutte le ideologie anche quelle che si proclamano
anticonsumistiche in effetti spingono solo al consumo di beni di marche
differenti ….ma i loro adepti sono pur sempre consumatori.E per il sistema
capitalista, i consumatori sono il bene più prezioso, non tanto quando
consumano l’utile o il necessario alla sopravvivenza, tanto quanto consumano i
surplus, ingozzandosi ad esempio di tartine in aperitivi pre- cene, o buttando
via un maglione magari messo poco volte solo perchè non è piu di moda.
Chi non adotta questo
stile di iperconsumismo, viene visto male, chi non si converte a questa religione
basata su una mera ostentazione di status symbul o di capacità di acquisto
viene tacciato come un eretico da mettere al posto delle streghe nei nuovi
roghi.
Automobili, capi
di abbigliamento, eventi culturali come andare al cinema o al teatro, capi di
biancheria intima, prodotti tecnologici, tutto è buono per gli uffici marketing
per essere venduto come prodotto esclusivo e a valore aggiunto.
Si spiega cosi
questa subcultura dominante, presente in fase embrionale nel ’73 quando
Pasolini scrive questa lettera, che ci vuole sempre belli , ordianti,
sorridenti, felici, impeccabili, mentre coem nella pubblicità di contromarca in
onda in questi giorni dalla culla alla bara consumiamo prodotti di marca.
Si può dunque affermare che la "tolleranza" della
ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni
della storia umana.
Già perché chissà se i guru del marketing o della Pubblicità,si
sono mai resi conto che non si è mai visto una testimonial grassa, un bambino
che reclamizza i biscotti del mattino con i brufoli o l’apparecchio, uno
studente modello senza occhiali, o hanno mai pensato che una famiglia dove il
papà va in bicicletta al lavoro coi figli che gli saltellano attorno (forse gli
zaini sono vuoti) e con la mamma che sta a casa a salutarli sull’ uscio non può
esistere se non in un 28 pollici?
Nasce cosi quell’edonismo che ci porta ad andare dal’ estetista per levarci un
brufolo, dal chirurgo plastico a chiederci di farci come Barbie, o in farmacia
a comprare gli psicofarmaci per essere belli allegri e sorridenti come l’ultima
star delle copertine patinate?
Non voglio
arrivare a giustificare le provocazioni di Toscani che ha fatto pubblicità coi
bambini disabili o con le vittime delle mineantiuomo,al grido l’importante è
che la mia campagna pubblicitaria faccia discutere, però almeno sono apparsi
sui giornali patinati, sui manifesti 6x3 sulle fiancate degli autobus e dei
tram le facce di persone per cui i
brand che vengono reclamizzati non sono pensati.
Cogito ergo sum
diceva Cartesio, oggi forse non sarebbe meglio dire Consumo quindi sono?
La pubblicità, in
tutte le forme in cui più o meno invasivamente entra nella tua testa ti convince
che se tu adotti quello stile di comportamento, se ti vestirai con la felpa da
250 euro con in grande il nome di una casa automobilistica, che per anni ha
fatto rima con cassaintegrazione e chiusura di stabilimenti, potrai sentirti
come i due eredi rampolli della fortuna del nonno avvocato.
Peccato poi che
si è dimostrato che forse non tutti desiderano finire in rianimazione al Mauriziano
dopo nottate che nemmeno si pensava esistessero, o che non tutti desiderano
sentirsi emuli del Marco Ranzani di Cantù, che scorazza sulla Milano Meda col
solo scopo di fare ruggire il 4.500 cc. del suo Suv.
Il sommo Lucio
Mastronardi, scrittore passato nel dimenticatoio nonostante un film ispirato al
romanzo nel suo capolavoro “Il maestro di Vigevano” anticipava le tematiche della
dura vita di un maestro che si trova a vivere in una città dove scarpari ignorantotti
non perdevano occasione di rimarcare la differenza fra il loro status e quello
dell’insegnante.
Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due
rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle
infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni.
Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia
al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema
d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva.
Il mondo nuovo,
questo modno con i suoi nuovi valori, e le sue nuove distanze è stato possibile
grazie a due invenzioni che il poeta friulano identifica nel nuovo sistema di
informazioni e nella rivoluzione delle infrastrutture.
Internet non è
ancora stato inventato nel ’73, l’ informatica è all’ inizio e si scrive ancora con la lettera 22 e la
carta carbone , ma PierPaolo, critico e attento osservatore di un mondo non
ancora globalizzato ma omologanizzante,capisce che è stato dato il La ad un
processo che avrà poi delle precise
conseguenze nel bene e nel male.
La motorizzazione di massa, che ha riempito le strade di seicento con
famigliole o gruppi di amici festanti, ha rivoluzionato il modo di vivere il
tempo libero o di lavorare, in termini di libertà individuale la motorizzazione
di massa ha dato dei vantaggi impagabili, ma ormai non ci si sposta piu solo
nel mondo materiale, si incomincia a parlare di una materializzazione delle
distanze.
E tramite che
mezzo la periferia è stata avvicinata al centro? Per mezzo della Televisione
giustamente osserva, il telespettatore Pier Paolo, sono stati propinati non
solo gli stessi modelli linguistici , ma anche di consumo, grazie alle stesse
pubblicità, al contadino della val padana, cosi come al pescatore calabrese o
al pastore sardo, all’impiegato pugliese e al gondoliere veneziano.
il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così
storicamente differenziato e ricco di culture originali.
Negli anni settanta
da San Candido a Linosa, da Ventimiglia a Monfalcone, e oggi dall’alpi alle piramidi, dal
Manzanarre al Reno, dominano gli stessi modelli di vita, le stesse subculture
che hanno determinato la scomparsa di valori usi costumi e tradizioni.
Cosi oggi è
difficile portare da un paese in cui andiamo in vacanza un suvnier o un
prodotto che non troviamo nel nostro paese.
Ricordo che anni
fa, quando andai in gita con un amico a Torino, e volevo portare qualcosa di piemontese
a casa, non avevo trovato niente che non fosse in vendita nel supermercato sotto
casa.
Stessa cos ase si
va in viaggio in un qualsiasi paese dle nmodno occidentale.
Le commesse dei
Wal Mart o dell’Esselunga, della Rinascente o di Harrod’s,sembrano avere gli
stessi sorrisi stampati sulle loro facce truccate dagli stessi prodotti
cosmetici made in France,sugli scaffali gli stessi prodotti, con le stesse
solite marche delle multinazionali sono vendute a Carugate o in uno dei tanti
centri commerciali di cui le Banlieu francesi sono piene.
Ovunque ci
possiamo sedere in un ristorante cinese, a Parigi come in via Paolo Sarpi,
ovunque possiamo andare al solito Fast Food, o al solito self service
autostradale, che vende gli stessi panini che possiamo trovare alla stazione di
servizio di Fiorenzuola ovest o di Casalecchio Nord.
Esiste ormai anche un turismo del consumismo, se si va a Londra non si può non passare da Knightsbridge per curiosare a Harrod’s al grido:”quivieneanchelareginaacomprareilte”, se si va a Roma o a Milano non si può non andare in Via Condotti o in via Montenapoleone, schiere di giapponesi armati dei modelli successivi alle 35 mm compatte continuano ad affolare il nostro paese e ogni tanto tra una vetrina di Gucci, e un Armanistore si rivolgono annoiati con in mano i trofei dei loro acquisti sotto forma di buste di carta con i brand in bella vista in qualche museo o in qualche chiesa, prima di risalire veloci sui loro autobus grand turismo